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psicologo militare

Psicologia di Confine: lo psicologo militare

Psicologia di Confine: lo psicologo militare. Opportunità e sfide contemporanee all’impiego militare della Psicologia.

A cura del dott. Vincenzo Castaldo, già Capitano Psicologo dell’Esercito e fondatore di Invictus Concorsi.

“Non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità.” 

(Karl Popper)

Psicologia di Confine: lo psicologo militare. Premessa

Gli attuali scenari politici nazionali e internazionali richiedono uno strumento militare altamente qualificato, flessibile ed efficiente. A partire da tale complessità, interna ed esterna alle Forze Armate, insieme ad altri cambiamenti importanti (ingresso delle donne, professionalizzazione del soldato/sospensione della leva, costante aumento delle missioni operative, aumento dell’età media del personale con “conseguenze familiari” sconosciute alla leva), si è sentita sempre più l’esigenza di implementare nei contesti, prima Centrali, poi operativi delle Forze Armate, la figura dell’Ufficiale psicologo.

L’obiettivo delle riflessioni che seguono è quello di porre in risalto le opportunità e le sfide a cui si è chiamati a rispondere.

Se invece vuoi approfondire il ruolo da un punto di vista concorsuale e selettivo, ti suggerisco Concorso Psicologo Militare: Caratteristiche Psicoattitudinali.

Psicologia di Confine: lo psicologo militare. Job Description

I compiti previsti dalla job description dell’Ufficiale psicologo possono essere sia disposti dalle Superiori Autorità, sia proposti su propria iniziativa (per essere poi sempre approvate dai Comandi).

Sono molteplici e si possono riassumere in:

  1. Selezione Psicoattitudinale, che rappresenta, insieme al supporto, l’ambito d’elezione, oserei dire, di un Ufficiale psicologo delle Forze Armate e di Polizia;
  2. Ricerca (soprattutto valutazione del clima organizzativo e dello stress lavoro-correlato, ma anche qualsiasi altro argomento di interesse psicosociale e organizzativo);
  3. Consulenza alla linea di Comando (leadership, morale, comunicazione, gestione di conflitti, ecc.). Consulenza al Dirigente del Servizio Sanitario (prevenzione primaria e secondaria, valutazione del personale, ecc.);
  4. Supporto psicologico, a tutti i livelli, individuale e di gruppo;
  5. Formazione, che si sostanzia in interventi riguardanti gli ambiti più disparati (dipendenze, comunicazione interna, leadership, team building, gestione dei conflitti, disturbi alimentari, ecc.).

Tutte queste variegate opportunità di impiego, da un lato, costituiscono una preziosa occasione di crescita umana e professionale, difficilmente riscontrabile in altri contesti civili. Dall’altro, impongono agli psicologi militari, oltre ad una solida e costante preparazione tecnica, un’incessante dialogo organizzativo. Sia verso l’alto (nei confronti della “committenza”), sia verso il basso (i destinatari delle ricerche-interventi).

Psicologia di Confine: le sfide dello psicologo militare

Si è scelto questo termine, “confine”, per sottolineare due “sfide” ritenute cruciali per uno psicologo militare. Sfide che lo vedono spesso marciare in una “zona limite”. Un territorio, culturalmente e operativamente parlando, posto al confine tra contesto militare e Psicologia.

La Cultura dell’Errore

La prima sfida affonda le radici direttamente nella diversa concezione dell’errore. La cultura militare guarda all’errore, al disagio, come un incidente di percorso assolutamente da scongiurare, evitare e, talvolta, addirittura da eludere (fenomeno che in ambito militare viene chiamato “vasetto”).

La cultura psicologica intende il disagio quale luogo operativo d’elezione. Si badi, non si sta qui affermando che la psicologia auspica il disagio.

La ragion d’essere dell’impiego dello psicologo in ambito militare coincide con la cultura militare. L’obiettivo è prevenire il disagio e potenziare il benessere e l’efficienza operativa del personale.

In questa sede si fa riferimento al disagio emergente nel qui e ora e a come ci si rapporta ad esso. La sfida, in questi casi, per lo psicologo militare è quella di vincere la tendenza naturale dell’uomo, militare e non, di evitare a tutti i costi il disagio, di ridurne il più possibile l’esposizione, di minimizzarne la portata.

Per lo psicologo il lavoro è quasi contro-intuitivo, basato sull’assunto semplice, ma non banale, che solo attraverso l’accettazione si potrà auspicare un cambiamento resiliente.

Questa diversa concezione culturale non riguarda solo eventi drammatici (lutti, incidenti), ma anche banalissime situazioni di ricerca in cui potrebbero emergere criticità, per esempio a seguito di un’analisi di clima organizzativo. Anche in questo caso si rileva una sostanziale divergenza.

Errore come apprendimento

Laddove lo psicologo guarda alle criticità, agli “errori” come occasioni di apprendimento e di miglioramento, (in parte) giustamente, l’organizzazione militare li guarda con timore e rigore. Anche in questi casi sarà fondamentale riuscire a trasmettere la possibilità positiva insita in una temporanea battuta d’arresto; possibilità che passa per la capacità di creare una “bolla valoriale”, ovvero uno spazio (setting) protetto dall’onnipresente valutazione e giudizio. Certo, c’è da dire che questo diverso approccio rispetto all’errore, al disagio, non deriva soltanto da una mera diversità culturale o di impostazione professionale.

Timori e Pregiudizi

Parte del timore di cui sopra, si ritiene che risieda nel collegamento funzionale e nel conseguente “dialogo” dello psicologo militare con i Comandi/Vertici d’Area. Nello specifico, a livello organizzativo, si pensa che lo psicologo possa gettare cattiva luce sull’azione di Comando o sull’operato di un’unità attraverso una trattazione impropria delle informazioni veicolate all’esterno.

Per la stessa ragione (dialogo tecnico con i Vertici di Forza Armata), vige ancora una certa diffidenza da parte del personale militare. Fanno capolino la paura dello stigma organizzativo e il timore di vedersi revocare l’idoneità al servizio militare.

Insomma, ancora oggi sono tanti i pregiudizi che aleggiano intorno a questa figura professionale.

Per approfondire tali pregiudizi in chiave concorsuale leggi La figura dello psicologo militare, e non, tra miti e realtà.

Rispetto a queste dinamiche, la sfida costante per lo psicologo militare sarà duplice. Da una parte, dovrà cercare di interpretare correttamente questa dipendenza funzionale e le sue implicazioni organizzative, onde minare irrimediabilmente la fiducia necessaria all’azione psicologica.

Dall’altra, dovrà sfruttare ogni occasione, formale e informale, per fare cultura psicologica, al fine di diffondere la propria offerta professionale, nonché il proprio modus operandi.

Tutta questione di “distanza”

Ma vi è un’altro elemento, forse ancora più fondamentale per l’agire dello psicologo militare, che riguarda la necessità di integrare, in un discorso univoco e costruttivo, il rispetto gerarchico e il rispetto del codice deontologico professionale.

Si tratta, a mio parere, di una frattura insanabile, di un dialogo per certi versi inconciliabile e mai scontato. Una dicotomia che potrebbe riguardare, peraltro, tutte quelle figure militari in cui il termine militare non è il sostantivo, ma l’aggettivo (medici militari, psicologi militari, infermieri militari, ecc.).

Psicologia di Confine: lo psicologo militare e la frattura insanabile

La Forze Armate e l’Ordine Nazionale degli psicologi italiani vanno in due direzioni fondamentalmente incompatibili: le prime, poste alle estreme conseguenze, privilegiano l’efficienza operativa delle unità rispetto alla preservazione dei singoli. Questa considerazione appare quasi scontata se si pensa alla necessità e alla possibilità di ordinare anche il sacrificio del bene più prezioso per un militare, la vita, in virtù di un bene ritenuto strategicamente e/o politicamente più prezioso, quale può essere la difesa delle libere Istituzioni o il raggiungimento di un obiettivo strategico cruciale.

Dal suo canto, invece, l’Ordine Nazionale degli Psicologi Italiani esprime chiaramente il primato della salute del singolo rispetto all’organizzazione committente[1].

Tale duplice identità professionale esige un costante interrogarsi sulla necessità di integrare e, laddove impossibile, mitigare i potenziali risvolti negativi di tale “divergenza”.

Le possibili derive del setting interno

Il duplice rischio, infatti, potrebbe essere, da una parte, di colludere eccessivamente con l’Istituzione, diventando “troppo militari” e “troppo poco psicologi”, sacrificando, per questa via, lo spirito critico necessario per poter agire in maniera efficace ed equilibrata, diventando una sorta di “braccio psicologico armato” della linea di Comando; dall’altra, all’estremo opposto, si potrebbero vivere le dinamiche organizzative tipiche delle Forze Armate come estranee ed ingerenti rispetto al proprio sentire e al proprio agire psicologico; ci si potrebbe sentire, insomma, troppo psicologi e troppo poco militari, potrebbero non condividersi più o meno apertamente molti dei codici culturali propri del reparto/Forza Armata di appartenenza, finendo col vivere il contesto organizzativo militare da stranieri, ponendosi troppo “fuori”, cioè a latere dell’organizzazione e, per questa via, finendo col diventare psicologisindacalisti”, ovvero in questo caso, più sbilanciati a favore del personale rispetto alla linea di Comando.

Inutile aggiungere che in entrambe le derive di cui sopra, si perderebbe la necessaria equidistanza, tra Committenza e personale destinatario degli interventi, per operare efficacemente.

La filosofia dell’Inquietudine

Da ciò, ne deriva la necessità di coltivare un dubbio costante sul proprio operato, sui confini e sulle distanze psichiche e gerarchiche intessute con il personale. Riflessione costante che, attraverso l’automonitoraggio, i momenti di intervisione (laddove presenti più psicologi militari) e grazie alle possibilità di supervisione offerte dalla dipendenza funzionale dai Comandi Superiori/Vertici d’Area e dalle reti accademiche civili (Scuole di Specializzazione, Università, ecc.), dovrebbe costituire lo strumento principale e imprescindibile di valutazione della propria identità professionale e del proprio operato.


[1]     Articolo 4 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani: “[…] In tutti i casi in cui il destinatario ed il committente dell’intervento di sostegno o di psicoterapia non coincidano, lo psicologo tutela prioritariamente il destinatario dell’intervento stesso”.

Psicologia di Confine: lo psicologo militare. Conclusioni

La peculiarità dello status militare per uno/a psicologo/a implica, a mio avviso, una delicata questione identitaria. Una questione che, per sua natura, non può essere risolta semplicemente con una Direttiva o un qualsiasi Codice che possa ricondurre tutte le innumerevoli situazioni concrete a schemi precostituiti. Si tratta piuttosto di un dialogo interno, incessante e costante, tra due “anime”, quella psicologica e quella militare, non sempre convergenti e non sempre “sovrapponibili”.

Alla luce di queste brevi considerazioni, auguro a te, aspirante Psicologo/a delle Forze Armate e di Polizia: “la ricerca critica, persistente e inquieta, della verità”, indicata da Popper quale essenza dell’operare scientifico e, aggiungo, della ricerca di una vita piena.